RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA
di Giampiero Moscato
Il prologo ci fu, anche se non si può dire che fosse un annuncio: due forti scosse, tra il 25 e il 27 gennaio. Non fecero morti, ma molti danni e tanta paura. Soprattutto nel Reggiano. E nel Parmense. Anche quella notte di un mese fa, poco dopo l'una, la terra e i muri delle case tremarono, come per avvertire. Ma la gente non si spaventò. E riprese a dormire. Qualcuno, dopo il sisma Magnitudo 5.9 delle 4.3 del 20 maggio 2012, non si sveglio più: il terremoto ne uccise sette, quella notte, e sconquassò soprattutto Modena, Ferrara, parte di Bologna, di Mantova, del Polesine Rodigino. I primi morti si concentrarono tra il Ferrarese e le prime propaggini del Bolognese. Enormi i danni e tantissimi i feriti in un'area che dal Piacentino si estende fino al delta padano, concentrando la sua forza distruttrice soprattutto in quel territorio così ricco di arte e di storia, di meccanica, di scienza e di industria che è il nord emiliano, il sud lombardo. Terre forgiate dai Gonzaga, dagli Estensi, ma anche dai Ferrari, dai Lamborghini, dai De Tomaso. Insieme ai morti e feriti, a versar sangue è stato anche il patrimonio artistico e industriale, poi flagellato da uno sciame crudele che il 29 maggio, alle 9.05, uccise ancora: 26 i morti, tra Ferrara, Modena e Bologna, 27 secondo alcuni, che considerano vittima collegata al sisma una donna di Finale Emilia, che dopo una scossa perse il bimbo che portava in grembo, entrò in coma e non si riprese più, fino alla morte che se l'é portata via il 12 giugno. Lo sconquasso di suolo ha buttato giù soprattutto chiese, campanili, torri, castelli, monumenti di una storia antica e gloriosa. E fienili, casolari, stalle, ma anche capannoni e fabbriche, simboli di una terra prospera del proprio lavoro e del proprio ingegno. Se poi è stata anche distratta rispetto agli eventi della natura, lo stabilirà il giudice, che indaga sul rispetto delle norme antisismiche di edifici venuti giù come fossero pezzi di Lego, per altro in una terra che da cinque secoli non viveva terremoti di questa intensità e che per tutti, da sempre, era considerata a basso rischio. Quella notte l'Emilia, in particolare, si sentì violata in quella che era una delle sue tranquillità, una terra argillosa e tradizionalmente docile, capace al massimo, arrabbiandosi, di far cadere comignoli e cornicioni vecchi: quella notte la terra invece riuscì a ferire se stessa. Si aprì in squarci mai visti a queste latitudini, e dalle crepe cominciarono a fuoriuscire sabbie e fanghi caldi. Ai 26 morti e agli oltre 350 feriti si sommò lo stop produttivo di un sistema ricco di meccanica, di ceramica, di biomedicale, di primizie agroalimentari, in un'area che rappresenta da sola l'1,5% del Pil e che ha nell'export una forza trainante. Ha provato dal primo giorno (in poche ore la Protezione civile allestì le prime efficienti tendopoli) a reagire, a ripartire. Ma quel secondo crudele terremoto che il 29 maggio uccise ancora e fece vittime soprattutto nella gente che era tornata al lavoro, rialimentò la paura e innescò le polemiche. "Troppo presto il via libera" al rientro in fabbrica e nelle officine, secondo molti. Del resto, ripartire era l'imperativo di un sistema che già soffre la crisi. In molti, soprattutto i sindaci, non gradirono l'annuncio della Commissione Grandi Rischi che l'8 giugno proclamò possibile, ma solo come rischio statistico, la ripresa dello sciame sismico aprendolo anche a scosse di quella stessa forza assassina del 20 e del 29 maggio. Non un annuncio (quando? Nessun lo sa), piuttosto una precauzione, dopo le minimizzazioni che ci furono all'Aquila. La pianura padana ci prova lo stesso a rialzarsi: con paura, con apprensione, con angoscia. Ma anche con tanta voglia di tornare a vivere.

